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Radio Radicale.it dossier: il taglio ai fondi pubblici all'editoria e la libertà di stampa 12 agosto 2008

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12/08/2008

altre pagine di questo documento:

  1. Finanziamenti pubblici all'editoria: il caso di Radio Radicale
  2. Dossier: Il taglio ai fondi pubblici all'editoria e la libertà di stampa

I fondi pubblici all'editoria rappresentano un privilegio che alimenta una casta di editori e giornali, oppure un contributo alla pluralità delle fonti di informazione?

Tra i tagli ai contributi diretti all'editoria previsti dal governo e i referendum lanciati da Beppe Grillo tentiamo di chiarire le posizioni in campo, le disposizioni delle leggi in materia e le (im)possibili riforme del settore.

 

 

Il 5 agosto la Camera con 312 voti a favore e 239 contro ha votato la fiducia posta dal Governo sull’approvazione del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, recante disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria. Il decreto prevede un consistente taglio dei contributi diretti all’editoria (357 milioni di euro in 3 anni). Contestualmente abolisce il “diritto soggettivo” delle testate che beneficiano dei fondi (anzitutto giornali di partito, testate edite da cooperative e media no profit) a ricevere i contributi previsti. I fondi verranno elargiti in base alla disponibilità di risorse complessive, e suddivisi tra tutti i beneficiari. Molte testate, tra cui Il Manifesto, Liberazione, Avvenire, i fogli diocesani, hanno dichiarato il rischio chiusura o forte ridimensionamento.

Al di là delle esigenze di cassa del governo, da alcuni mesi, soprattutto a seguito dei referendum e del v2-day lanciato da Beppe Grillo, i contributi pubblici all’editoria sono stati messi sotto accusa, e c’è chi, come il giornalista Beppe Lopez, denuncia l’esistenza di una “casta dei giornali”.

I diversi tipi di contributi all’editoria

Nonostante abbia contribuito notevolmente a far passare i fondi all’editoria come un tutto indistinto, tanto che il referendum di Grillo che si richiama esplicitamente a “La casta dei giornali” prevede il taglio indiscriminato di tutti i sussidi (vedi il box qui a fianco), Beppe Lopez chiarisce in alcuni passaggi del suo libro come esistano due diverse tipologie di finanziamento: dirette e indirette.

«”Contributi pubblici ai giornali” - si legge a pagina 91 del libro -: per l’opinione pubblica questa espressione significa, in sostanza, “contributi ai giornali di partito”. E’ il risultato della rara e distorta informazione in materia veicolata negli anni, in particolare dai grandi organi di stampa. In realtà la somma dei contributi (“diretti”) che vanno a finire nelle casse degli organi di partito e assimilati sarebbe di 60 milioni di euro. Meno di un decimo dell’intero esborso ufficiale. Il grosso (attraverso i “contributi indiretti”) se lo assicurano proprio i grandi giornali “indipendenti”».

Secondo i dati raccolti dalla trasmissione di ReportIl finanziamento quotidiano” sui finanziamenti ai grandi gruppi editoriali:

«Sommando le voci tra periodici e quotidiani nel 2004 La Repubblica-Espresso riceve 12 milioni di euro, RCS e Corriere della Sera 25 milioni di euro. Il sole 24 Ore della Confindustria, 18 milioni di euro. La Mondatori 30 milioni di euro. Sono contributi indiretti, ad esempio, Il Sole 24 Ore è il quotidiano che ha più abbonati in assoluto, ogni volta che il giornale viene spedito invece di 26centesimi ne spende 11. La differenza ce la mette lo stato. Nel 2004 ci ha messo 11 milioni e 569 mila euro».

Pro e contro

 

 

I sussidi alla stampa non sono un fenomeno unicamente italiano. Tutti i paesi caratterizzati da un ruolo interventista dello Stato, e tutti i paesi che nel libro “Modelli di giornalismo” Daniel C. Hallin e Paolo Mancini classificano come “democratico-corporativi”, prevedono sussidi pubblici alla stampa, sia di tipo diretto che indiretto. Parliamo quindi di paesi come Francia, Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Svizzera. Scrivono Hallin e Mancini:

Sulla questione dei sussidi c’è sempre stato un aspro dibattito, soprattutto perché molti ritengono che questo sistema potrebbe esporre i giornali a pressioni da parte dello Stato rendendoli meno propensi a esercitare il previsto ruolo di “guardiani del potere”. Non ci sono però evidenze che questo sia successo. Infatti, i giornali erano più rispettosi delle élite politiche negli anni Cinquata, prima dell’attuazione di questi sistemi di sussidi, che negli anni Settanta: la crescita del “professionismo critico” nel giornalismo dell’Europa del Nord è avvenuta nel periodo in cui i sussidi sono stati più ingenti. (p. 146)

Subito dopo però i due studiosi aggiungono che nei paesi democratico-corporativi, diversi da quelli “pluralisti-polarizzati”, come l’Italia, i sussidi:

sono stati accordati secondo criteri trasparenti, compatibili con il funzionamento dell’autorità razionale-legale che, assieme alla tendenza alla negoziazione e al compromesso, caratteristiche del corporativismo democratico, rende difficile la manipolazione dei sussidi per farne strumento di pressione sui giornali. (p. 147)

La tesi esposta da Beppe Lopez ne La casta dei giornali è diversa. Lopez sostiene che difendendo i sussidi alla stampa come garanzia di qualità e pluralismo, «ci si è attardati in una concezione vecchia dell’informazione, in base alla quale la libertà di un illuminato opinionista, ad esempio, appare di fatto più importante delle straordinarie opportunità offerte al settore e alla democrazia italiana dalla nascita del mercato e dallo sviluppo delle tecnologie. (…) La sinistra e i giornalisti amanti del proprio mestiere dovrebbero finalmente essere costretti a superare la logica della libertà di informazione come libertà individuale, aziendale o corporativa e cominciare a pensare alle condizioni strutturali di autonomia della professione e del settore».

Il tema è stato di recente riproposto a livello internazionale da Jürgen Habermas, partendo da una riflessione sulla crisi del mercato pubblicitario e delle vendite che ha colpito la stampa e sta portando al ridimensionamento di molte testate storiche del giornalismo mondiale. In un articolo intitolato SOS giornali, tradotto in Italia da Repubblica, Habermas scrive:

La comunicazione pubblica sviluppa una forza stimolante che al tempo stesso orienta la formazione delle opinioni e delle volontà dei cittadini, e contemporaneamente obbliga il sistema politico alla trasparenza e alla mediazione. Senza gli impulsi di una stampa che forma le opinioni, che informa accuratamente e commenta in modo attendibile, la collettività non è più in grado di produrre una simile forza. Quando si tratta di gas ed elettricità, lo Stato è costretto ad assicurare alla popolazione l’approvvigionamento energetico. Però non dovrebbe essere costretto anche quando si tratta di un’altra forma di “energia”, senza la quale emergono disturbi che danneggiano lo stesso stato democratico? Non è un “errore di sistema” se in singoli casi lo Stato cerca di proteggere il bene pubblico della stampa di qualità. Rimane solo la pragmatica domanda di come vi possa riuscire nel modo migliore.

Le lotte radicali sull’editoria

I radicali si sono occupati molte volte nella loro storia sia di finanziamento pubblico ai partiti che di editoria.

La loro lotta contro il finanziamento pubblico dei partiti si è sempre accompagnata a proposte di finanziamento per servizi e strutture per attività politica, da contrapporre ai fondi erogati ai vertici ed utilizzate per rafforzare la burocrazia di partito. Nella relazione alla proposta di legge per la modifica del finanziamento pubblico presentata dai radicali in Parlamento nel 1981 si legge:

l’attuale legislazione privilegia il finanziamento della struttura dei partiti piuttosto che quello delle attività e delle iniziative politiche da essi svolte o assunte nei momenti in cui ai cittadini, ed alle organizzazioni che sono espressione del loro diritto di libertà di agire collettivamente nella vita politica, è dato modo di influire sulla vita delle pubbliche istituzioni. Il presente disegno di legge è invece ispirato al concetto opposto: quello cioè di assicurare una adeguata provvista di mezzi alle attività ed alle iniziative di partecipazione popolare alla vita ed all’indirizzo delle istituzioni attraverso l’opera dei partiti, escludendo invece il finanziamento di essi in ragione della loro stessa esistenza ed in funzione della loro organizzazione permanente.

Per quanto riguarda i finanziamenti all’editoria, i radicali sono stati in prima linea, già a fine anni ‘70, nell’opporsi ai finanziamenti a pioggia destinati ai grandi editori, denunciando le manovre di potere che si nascondevano dietro questi provvedimenti.

Entrati in Parlamento, si sono opposti con ogni mezzo, incluso l’ostruzionismo parlamentare, all’introduzione della legge sui finanziamenti pubblici per l’editoria e hanno chiesto una riforma dell’editoria che garantisse la trasparenza degli assetti proprietari e norme contro le concentrazioni editoriali. La loro battaglia contro il così detto “decreto salva debiti” contribuì a portare alla luce le connessioni tra il gruppo editoriale Rizzoli, la p2 e la legge di riforma dell’editoria.

Più di recente, Marco Pannella ha firmato i referendum proposti da Grillo, compreso quello per l’abolizione di tutti i sussidi pubblici all’editoria.

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