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Vogliamo un Fondo dell'editoria per l'era digitale

Rassegna.it - I BLOG -

01/02/2012

Sono tempi di crisi dura e spietata anche per i media. Molte testate d'informazione e opinione chiudono o si avviano a chiudere. È successo a Liberazione. Potrebbe succedere al Foglio, come ha ipotizzato Giuliano Ferrara. Il Fondo per l'editoria è sempre più smilzo, inadeguato e (nello sguardo pessimistico di chi scrive) avviato all'estinzione, se non si corre ai ripari. Le piccole testate gestite da cooperative giornalistiche rischiano grosso. Rischiano d'essere due volte vittime. La prima, della situazione di crisi oggettiva. La seconda, dell'opinione negativa ma in parte disinformata che molti italiani si sono fatti del contributo pubblico all'editoria.

Talmente disinformati, gli italiani, che anche un loro rappresentante illustre, lo scrittore Antonio Pennacchi, ha mandato “a fanculo” il Manifesto con i suoi problemi ai recenti Stati generali della cultura del Pd (qui il video, il passaggio è alla fine, minuto 13). E ha liquidato la complessa vicenda dell'informazione italiana con un generico invito a “misurarsi sul mercato”. Come se il “mercato” dell'editoria italiana non fosse controllato, pilotato e dopato dai grandi gruppi. Come se fosse un gioco da ragazzi, per i pesci piccoli, nuotare in quelle acque contaminate.

Oggi Stefano Menichini, direttore di Europa, in un suo editoriale riprende un discorso che gli ho sentito fare altre volte, e scrive:

“La strada che porta a un sistema nel quale la carta e l’edicola siano presidio residuale (ma certificazione di qualità e solidità) è tracciata, ineludibile”.

È la strada della riconversione al digitale, del “trasloco” su internet, che secondo Menichini (a ragione) molte testate dovranno compiere per sopravvivere. A condizione che i criteri d'assegnazione del contributo pubblico cambino, e si porti dentro l'online.

Come rassegna.it (da una prospettiva, quindi, non cartacea) e come EditCoop (la cooperativa che pubblica la stessa rassegna.it insieme a Rassegna Sindacale, e che è appena entrata nel suo secondo anno di crisi) abbiamo da tempo avanzato alcune proposte per ridisegnare il contributo pubblico.

Riprendo una riflessione scritta un anno e mezzo fa, all'epoca amaramente innescata dal rapporto spesso predatorio che i siti aggregatori hanno nei confronti di rassegna.it, un sito che produce contenuti grazie al lavoro stipendiato dei suoi giornalisti. Scrivevo:

«Siamo nel mezzo di un guado, forse di una palude. Come facciamo a garantire la sopravvivenza o addirittura la visibilità di un'impresa giornalistica nell'era dell'infinita replicazione digitale? Naturalmente c'è la risposta numero uno, la risposta "proprietaria". La risposta sulla quale insistono molti grandi gruppi editoriali: un nuovo ordinamento sul diritto d'autore che imponga divieti e sanzioni. Una nuova forma di proprietà privata intellettuale. Magari imponendo anche una bella tassa su provider e operatori di rete che fanno traffico e soldi con i nostri contenuti.

A me questa risposta non piace molto. Mi piacerebbe invece un altro tipo di risposta, che suggerisse una soluzione "comunitaria". Dovrebbe ormai essere chiaro a tutti, infatti, che molte testate giornalistiche, come rassegna.it, svolgono una funzione di interesse pubblico e hanno un ruolo vitale entro una comunità che ne riprende e replica i contenuti. Una comunità che grazie alla gratuità e al regime di copyleft di rassegna.it e di molte altre testate può informarsi ogni giorno senza dover spendere un solo centesimo.

Il fondo nazionale per l'editoria si avvia verso una rapida estinzione. Molte testate cartacee (che pubblicano anche siti d'informazione) rischiano di chiudere o chiuderanno con certezza. È un rischio che corre anche la cooperativa di giornalisti cui appartengo.

Non è forse venuto il momento di rivendicare e valorizzare nelle "sedi opportune" (come dice chi sa parlare bene) il nostro ruolo di interesse pubblico e "comunitario" nella nuova era dell'informazione digitale?».

Pochi mesi dopo, in occasione del congresso di Mediacoop (l'associazione che rappresenta i media cooperativi), Edit Coop ha presentato un documento, una proposta, che tra le altre affrontava la questione del contributo pubblico 2.0. Eccola:

«Il Fondo dell’editoria del futuro deve essere sempre più finalizzato all’investimento per il cambiamento. In questo senso è antistorico (e sempre meno legittimo) che si limiti al finanziamento della carta stampata; deve esserci un’apertura all’informazione online, il
terreno su cui oggi si misura sempre più il valore costituente della libertà della stampa. Devono essere, però, definiti i criteri della “meritevolezza”. Una prima “carta” potrebbe essere la seguente.

Quando si aprirà un dibattito sui media digitali con ricadute legislative, è probabile che le grandi testate d'informazione e i grandi editori si concentreranno sulla necessità di definire un nuovo diritto d'autore, un copyright digitale. Mediacoop dovrebbe invece rivendicare (e concentrarsi su) un nuovo copyleft meritevole del finanziamento pubblico, sottolineando due aspetti che la riguardano: 1) l'investimento di risorse economiche e professionali nell'informazione digitale; 2) la rinuncia alla proprietà intellettuale e l'adozione di licenze creative commons per favorire la disseminazione gratuita di notizie, idee, opinioni tra la cittadinanza.

Un media digitale non profit, che autorizza la riproduzione dei propri contenuti in rete e non pone vincoli all'accesso e alla consultazione gratuita dell'informazione, svolge una nuova forma di servizio pubblico, contribuisce alla creazione di opinione e fornisce alla cittadinanza gli strumenti per informarsi, capire, deliberare.

L'editoria cooperativa che fornisce contenuti informativi gratuiti su Internet ha tutti i requisiti per rivendicare un nuovo canale di finanziamento pubblico, un "finanziamento 2.0". Il tema del finanziamento all'editoria resta quindi attualissimo. Bisogna solo convertirlo nel conio dei nostri tempi.

Va da sé che condizione inderogabile per avanzare un diritto al finanziamento è la "manifattura" professionale e giornalistica del prodotto informativo online. Tanto per essere chiari, aggregatori d'informazione e simili sono esclusi dal discorso che stiamo facendo. E dunque, volendo rendere nitidi i requisiti per accedere a un ipotetico Fondo per l'editoria digitale cooperativa, si potrebbe cominciare da questi punti:

1) Essere una testata giornalistica, registrata in tribunale da tot anni;
2) Applicare il contratto dei giornalisti;
3) Mettere a disposizione degli utenti contenuti informativi gratuiti senza alcun tipo di restrizione;
4) Consentire la riproduzione e disseminazione di quei contenuti tramite licenze copyleft e creative commons;
5) Aprire ai navigatori spazi di partecipazione (citizen journalism), scrittura e creatività;
6) Certificare i propri accessi.»

Resto convinto che il dibattito debba partire da questi punti.

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